Cos’è il Genere

Generalmente alla nascita i bambini vengono identificati come maschio o femmina (salvo i casi di intersessualità) ma già prima della nascita attraverso le tecniche di diagnostica per immagine sappiamo se stiamo aspettando un maschietto o una femminuccia. Si inizia così a dipingere la stanza, a comprare corredini. Da questo momento in avanti inizia un processo di socializzazione al genere, un processo lungo e complesso di costruzione sociale e culturale dei corpi sessuati.
La prima scienziata sociale che attraverso il metodo etnografico si è occupata di cosa siano mascolinità e femminilità è stata l’antropologa americana Margaret Mead. Nell’opera “Sesso e temperamento” (1936)  l’antropologa,  ponendo al centro del suo lavoro la differenza tra i sessi, ha osservato le relazioni tra uomini e donne all’interno di tre popolazioni della Nuova Guinea, gli Arapesh, i Mundugumor e i Chambuli.
Gli Arapesh, che vivevano in montagna, erano orticoltori e allevatori. Le divisioni tra uomini e donne erano nette ma il rapporto non era conflittuale, regnava un generale clima di collaborazione. I bambini erano allevati ed educati con amore, sia uomini che donne erano in gentili e premurosi.
I Mundugumor, che vivevano poco distanti dagli Arapesh, erano al contrario un popolo aggressivo, uomini e donne si comportavano in modo violento sia fra loro che nei confronti delle popolazioni vicine. L’aggressività era il tratto dominante per entrambi i sessi, una donna mite e accudente era vista in maniera negativa dalla società.
I Chambuli erano il popolo che si differenziava maggiormente rispetto alle società occidentali. Gli uomini erano insicuri, spesso di malumore, vestivano in modo curato ed elaborato e si dedicavano alle arti. Le donne erano allegre e gioviali, vestivano in modo semplice, sapevano pescare e gestire gli affari, inoltre spettava a loro l’iniziativa sessuale.
Queste forti variazioni culturali nel comportamento di uomini e donne portarono l’antropologa alla conclusione che non tutto fosse cosi “naturale” nelle caratteristiche dell’uno e dell’altro sesso. Quello che in una società può essere considerato un comportamento tipicamente femminile come la passività, in un’altra può essere considerato maschile. In altre parole non sono i genitali a fare gli uomini e le donne, si parte da una base biologica, dal corpo sessuato, e attraverso un lungo processo che coinvolge tutte le agenzie di socializzazione si farà diventare il bambino un uomo o una donna. La famiglia, il sistema scolastico, il gruppo dei pari, i media, il linguaggio, tutte queste agenzie di socializzazione concorrono a far diventare i nostri corpi delle persone dotate di un’identità di genere. A volte però nella nostra società le caratteristiche individuali non trovano spazio nei modelli sessuali promossi e approvati socialmente (preferenze dei giochi per maschi e femmine, vestiti, scelte professionali).
Io posso accettare che essere donna in quel contesto vuol dire fare o non fare certe cose, oppure non accettarlo, decidere di trovare una strada alternativa. Parlare di genere è difficile, si viene spesso accusati di fare ideologie di genere, ma non ha senso parlare di ideologia di genere, ha senso piuttosto parlare di una prospettiva di genere, che significa aprire gli occhi sul mondo, leggere le persone e rispettare la loro identità. Tutti gli uomini e tutte le donne non sono uguali fra loro, ciascuno ha il suo modo di essere. Che cos’è quindi l’identità di genere? Come abbiamo visto l’antropologia a partire dagli anni 30 ha messo in evidenza come essa sia il risultato di una sintesi tra corpo, base biologica, cultura di appartenenza, esperienze di vita e naturalmente la nostra soggettività.
Il sistema di diseguaglianze basate sulle differenze fisiche è qualcosa che la prospettiva di genere cerca di scardinare, perché riconosce che il genere è una costruzione culturale, qualcosa che cambia nel tempo e varia tra le culture. Questo è molto importante perchè la consapevlolezza apre possibilità di intervento, si possono modificare i comportamenti, le relazioni, linguaggio, i discorsi e tutto quello che è parte di questo processo, agendo in maniera consapevole.

Performatività di genere

Anche secondo la sociologa Judith Butler maschile e femminile sono un modo di essere che viene appreso e assimilato attraverso la socializzazione, ma nella sua opera Gender Trouble (1990) sostiene inoltre che sia un processo che avviene per imitazione e ripetizione, una parte recitata quotidianamente che produce l’effetto di naturalità, svanendo di fatto agli occhi dei soggetti coinvolti, una performance culturale inconsapevole. Una performance che produce come risultato l”incorporazione”di un certo modello di maschilità o femminilità. I corpi sotto gli abiti del genere sono prodotti e reiterati dalla materialità, abiti che mascolinizzano e femminilizzano secondo modelli ben stabiliti, che inevitabilmente finiscono per escludere alcuni soggetti. La sociologa cita la performance dei Drag King e delle Drag Queen come uno strumento utile a spostare lo sguardo dal  binarismo di genere. La performance teatrale diventa uno strumento di riflessione e consapevolezza perchè la potenza normalizzante del modello la si vede quando ci sono esperienze che scuotono le nostre certezze, come la rappresentazione della conformità messo in scena dai/dalle drag.

Una parte dei contenuti è stata tratta dal terzo incontro del ciclo ” Questioni di genere in una società che cambia” organizzati dall’università degli studi Milano Bicocca (“Tra sesso e genere” – 05-06-2017) https://www.youtube.com/watch?v=uCRnM6LL1PU&ab_channel=Universit%C3%A0degliStudidiMilano-Bicocca